Due prospettive, un messaggio comune: l’IA influisce sui comportamenti, ma non sempre come ci aspettiamo
Il primo studio, dal titolo già molto eloquente “Lower Artificial Intelligence Literacy Predicts Greater AI Receptivity”, presenta quello che le autrici e l’autore definiscono il paradosso “bassa alfabetizzazione – alta ricettività”. Sebbene la maggior parte delle persone si aspetti che una maggiore alfabetizzazione sull’IA favorisca una più ampia disponibilità all’adozione, i risultati mostrano il contrario: sono le persone con un livello più basso di alfabetizzazione a mostrare una ricettività più alta.
Per ricettività si intende l’apertura, la disponibilità e la probabilità che un individuo integri l’IA nella propria routine e ne accetti l’utilizzo nel contesto che lo circonda. L’alfabetizzazione, invece, si riferisce alla conoscenza oggettiva dell’IA: comprendere concetti e aspetti tecnici, conoscere le buone pratiche nello sviluppo e nell’uso di questa tecnologia, così come i suoi requisiti normativi.
Pur concentrandosi sull’adozione di prodotti commerciali, lo studio offre spunti utili anche in ambito organizzativo.
Secondo chi ha condotto la ricerca, questo paradosso si spiega con la natura delle attuali tecnologie: l’IA è oggi in grado di svolgere compiti che un tempo si ritenevano esclusivamente umani. Chi ha una maggiore alfabetizzazione sa che questi risultati sono frutto di processi sofisticati ma non “umani”; chi invece ha una conoscenza più limitata tende ad attribuire all’IA un’aura di “magia” e prova meraviglia di fronte alle sue capacità.
In altre parole, è proprio questa percezione quasi magica dell’IA, e le emozioni che ne derivano, a favorire una maggiore apertura tra chi possiede una conoscenza più superficiale.
Il secondo studio, invece, analizza l’impatto dell’IA generativa – in particolare dei modelli linguistici di grandi dimensioni – sulla creatività nella scrittura di brevi racconti. I risultati mostrano che l’IA ha migliorato l’output di autori con minor creatività, mentre ha avuto un impatto limitato sulla qualità delle storie prodotte da autori già creativi. Inoltre, i testi generati con l’aiuto dell’IA risultavano più omogenei rispetto a quelli scritti esclusivamente da esseri umani. Sebbene l’IA possa rappresentare uno stimolo creativo a livello individuale, tende a ridurre la varietà complessiva delle idee.
Se mettiamo in relazione i due studi, emergono almeno tre riflessioni chiave.
1. L’IA ha un impatto maggiore su chi parte da una posizione di minor competenza
Il primo studio evidenzia che le persone con una bassa alfabetizzazione sull’IA tendono a essere più ricettive. Il secondo mostra che chi ha livelli più bassi di creatività trae maggiori benefici dal supporto dell’IA.
Nel contesto della gestione delle risorse umane, questo suggerisce che l’IA possa agire come “leva compensativa”: uno strumento in grado di supportare chi ha meno esperienza, sicurezza o creatività nel migliorare la propria performance, anche solo attraverso la sperimentazione.
È importante notare, tuttavia, che nel primo studio questo effetto si osserva in particolare nei confronti di compiti percepiti come “umani”. L’effetto si attenua quando l’attività è considerata priva di caratteristiche distintive dell’agire umano.
2. L’effetto “wow” ha un potere motivazionale, ma porta con sé un rischio di omologazione
Il primo studio evidenzia che l’entusiasmo, la maggiore ricettività e la propensione all’utilizzo da parte delle persone meno esperte nascono anche dalla percezione dell’IA come qualcosa di “magico”. Ma proprio questa magia, se non accompagnata da senso critico, rischia di generare risultati più standardizzati.
Il secondo studio mostra infatti che, quando si utilizza l’IA generativa, la diversità complessiva delle opere tende a ridursi. Avere accesso a idee fornite dall’IA rende una storia più simile alla media delle altre prodotte nella stessa condizione sperimentale.
Secondo gli autori, ciò accade principalmente per l’“effetto dell’ancoraggio”: chi utilizza i suggerimenti dell’IA tende a rimanere legato agli spunti iniziali ricevuti. Di conseguenza, le creazioni finiscono per riflettere in parte le idee dell’IA, riducendo la probabilità di esplorare direzioni davvero nuove o originali.
In ambito HR, questo suggerisce che l’introduzione dell’IA richiede consapevolezza e attenzione: da un lato può motivare e sbloccare, dall’altro può appiattire e omologare.
3. L’adozione dell’IA non è solo un fatto tecnico: è un processo identitario e culturale
Il primo studio mostra come le differenze individuali influenzino la ricettività verso l’IA, mettendo in luce la relazione tra livello di conoscenza e percezioni, sottolineando il ruolo cruciale di queste ultime. Il secondo studio, invece, ci ricorda che, nel momento in cui affidiamo all’IA parte del processo creativo o decisionale, rischiamo di perdere una quota della nostra originalità, con il conseguente rischio di omologazione dei risultati. L’introduzione dell’IA nelle organizzazioni richiede attenzione non solo ai processi, ma alle persone: la ricettività e l’impatto variano in base alla cultura, all’identità professionale e alla percezione del proprio ruolo. L’IA non riguarda solo il lavoro in sé, ma anche chi lo svolge e come lo percepisce.